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Il Salone della Giustizia

Sono state tre giornate intense di lavori che hanno caratterizzato la decima edizione del Salone della Giustizia. L’importanza dei temi trattati e l’alto profilo dei relatori intervenuti hanno confermato ancora una volta la rilevanza istituzionale del Salone e il suo ruolo di evento leader del pianeta Giustizia.
“Non credo che la Costituzione meriti sconvolgimenti, è di sana e robusta Costituzione”
Con questo gioco di parole il presidente della Corte Costituzionale, Giorgio Lattanzi, ha dato il via alla decima edizione del Salone della Giustizia a Roma, sottolineando che “sono prive di giustificazioni le iniziative, alle quali da anni assistiamo, per una profonda revisione della Costituzione, come se ne avesse un urgente bisogno”. Non a caso, il titolo del convegno al quale il presidente è intervenuto è “Sana e robusta Costituzione”.
“Continue revisioni della Costituzione – ha sottolineato Lattanzi – per inseguire idee settoriali di miglioramento, rischiano di avere un impatto grave sulla società, scuotendo il consenso sull’intero impianto costituzionale, che finisce per essere percepito come una componente ondivaga dell’ordinamento, al pari di una qualunque legge ordinaria, che viene modificata a seconda delle esigenze e degli umori del momento”. Per il presidente, la Costituzione “non è solo la nostra legge fondamentale, è anche e soprattutto un’idea di società democratica, alla cui base c’è la persona, con i suoi diritti ma anche con i suoi ‘doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale’, secondo la formulazione dell’articolo 2: un’idea di società, pluralista, aperta e tollerante, in cui le ragioni dell’autorità si confrontano con quelle della persona, con i suoi diritti e con le sue tutele, che però non sono necessariamente destinate a prevalere”. Nell’introdurre i lavori, da parte sua il presidente del Salone Carlo Malinconico, ha ricordato “il valore della promozione della cultura della legalità”.  Il dibattito che ne è seguito, moderato da Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera, si è svolto all’interno del solco tracciato dal presidente della Corte Costituzionale. “L’Avvocatura – ha ricordato Antonino Galletti, presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma – ha un ruolo essenziale, l’altra faccia della medaglia insieme con la magistratura. Le due anime dialogano sinergicamente, più di quanto sembri”. Insomma, “il dialogo è importante”. Da parte sua, il rettore della Luiss Guido Carli, Andrea Prencipe, ha parlato della Costituzione come “documento di autentica bellezza non solo per la valenza giuridica ma per la lettura stessa” che “è una dimensione particolarmente interessante”. Prencipe ha poi sottolineato che la resilienza è “un concetto trasversale a diverse discipline. Le organizzazioni resilienti sono quelle che prosperano nei momenti di incertezza e mantengono le loro funzioni d’essere”. Questo è, ha concluso, “un punto di vista interessante per dibattere sulla nostra Costituzione”. Poi è stata la volta del vicepresidente della Luiss, Paola Severino che oltre a riprendere il concetto di resilienza ha parlato anche di multidisciplinarietà. “La nostra Costituzione è una giovane settantenne. Non solo resiliente ma lungimirante, riesce a trovare spunti di applicazione anche oggi”. Come esempio ha citato “il sistema dell’autonomia della magistratura e delle garanzie che ne derivano”, che è un “baluardo talmente forte da sembrare scontato, ma che non ha tanti Paesi, pur vicini nella comunanza europea”. Sulla stessa linea anche Domenico Carcano, presidente aggiunto della Corte di Cassazione. “Attualità e attuazione della Costituzione – ha osservato – si coniugano molto bene. Per quanto riguarda la disciplina della magistratura, quella italiana è una delle più esemplari rispetto alle altre”. In Brasile, per esempio, “l’indipendenza della magistratura non è tutelabile da norme, mentre da noi è il cardine, un diritto fondamentale e irrinunciabile”. Ma il processo vede anche il ruolo dell’avvocatura, e anche in questo la Costituzione ha ben designato i ruoli. Secondo Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere penali italiane, il quadro di garanzie è “come uno scudo al di là delle dinamiche di cronaca” e “deve rappresentare il limite non valicabile”. La legge “Spazza-corrotti”, “denominata – ha continuato – come un eroe della Marvel, è già arrivata a tre ordinanze di rimissione alla Corte Costituzionale”, nonostante “sia stata appena promulgata. Il sistema ha le sue contromisure vivissime”. Andrea Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense, ha sottolineato il ruolo sociale della Corte Costituzionale, che ha avviato “un viaggio fuori dal Palazzo stesso, al di fuori del suo ruolo tecnico”. In questo viaggio “la dignità della persona è centrale”. Infine, Massimo Luciani, costituzionalista, ha rievocato la “svolta di Salerno” e il ruolo riconosciuto agli avversari politici. “Questa atmosfera culturale – ha detto – non c’è più, si è affermata una cultura del maggioritario molto deviata, del ‘non si devono fare prigionieri’”. Invece, ha concluso, le Costituzioni “più stabili sono frutto di mediazione”.

Nel pomeriggio della giornata inaugurale, la situazione economica italiana e gli effetti del reddito di cittadinanza sono stati al centro del convegno dal titolo “Lavoro, redistribuzione e giustizia sociale”. Il dibattito è stato moderato da Antonio Di Bella, direttore di Rainews24. Sotto i riflettori è finito il reddito di cittadinanza. “Senza reddito e senza lavoro – ha ammonito Barbara Pontecorvo, del Comitato scientifico del Salone – nessuna politica di redistribuzione è sostenibile”. Pontecorvo ha sottolineato che ci sono una serie di sfide da affrontare ricordando, tra l’altro, che “nel 2025 circa il 60% dell’attività legale sarà svolta dall’intelligenza artificiale”. Di opinione parzialmente diversa Brunetto Boco, segretario generale del sindacato UILTuCS. “Non mi sento di criticare il provvedimento, milioni di famiglie vivono con redditi discontinui. Ma il resto è scoperto: i salari non crescono da molti anni”. Quindi diventa “difficile distribuire se non c’è crescita, in un’economia stagnante”. Le crisi, ha spiegato, hanno portato una serie di cambiamenti sociali, con “la classe media assottigliata quasi fino a sparire. Le famiglie hanno perso potere d’acquisto. Come pensare alla ripresa se non c’è il consumo interno? Il lavoro è la risposta. Il resto sono politiche che hanno il compito di aiutare il più debole”. Su questa stessa lunghezza d’onda Marco Bentivogli, segretario generale FIM-CISL: “La risposta alla povertà – ha osservato – si chiama lavoro”. Poi ha evidenziato le contraddizioni di un sistema, quello italiano, che registra, per esempio, un aumento di spese per gli animali. In pratica, ha sintetizzato, “gli italiani si sentono poveri ma non sono poveri”. Secondo Bentivogli, bisogna investire in innovazione tecnologica e formazione, ricreando un clima di fiducia. Invece, l’intervento di Carlo Tamburi, direttore Enel Italia, si è focalizzato sul futuro delle imprese e del mercato dell’energia: “Si va – ha osservato – verso la decarbonizzazione e l’uso di energie rinnovabili”. Il direttore di Enel Italia ha annunciato che la sua società investirà nei prossimi anni circa 28 miliardi di euro di cui oltre sette in Italia “tutti sulla rete di energie rinnovabili” e con uno “sforzo di formazione anche del personale interno. Nelle imprese elettriche – ha concluso – ci sarà un deficit di 15-20 mila addetti nei prossimi anni perché non si fa sufficiente cultura d’impresa”. Quello di Roberto Pessi, prorettore dell’Università Luiss Guido Carli, è stato un intervento più squisitamente giuridico relativo alla Costituzione: “Il punto chiave è rifondare un principio cardine. Io credo sia quello di affidamento, e se inizio la mia vita lavorativa a 20 anni devo sapere che a 60-70 anni ci saranno quelle stesse regole”. Insomma, secondo Pessi, la Costituzione può essere riformata ma “su pochi articoli”. Parola infine a Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, che è partito dai principi enunciati da Adam Smith e applicati al nostro attuale contesto: “L’Italia non cresce – ha specificato – e produce disuguaglianze. Il numero di cittadini italiani che partecipano alla crescita del paese è troppo basso e decrescente”. Insomma, ha concluso, “non ci sono altri agenti di uguaglianza diversi dal lavoro”.
Donne che hanno raggiunto un traguardo importante e si sono distinte nel mondo del lavoro, sono state le protagoniste del convegno che ha caratterizzato la seconda giornata di lavori. In apertura i messaggi del presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e del vicepresidente della Camera dei Deputati, Mara Carfagna. “Anche nell’edizione di quest’anno del Salone della Giustizia, ho potuto apprezzare – ha dichiarato Casellati -, con significativa continuità rispetto alle precedenti, la centralità attribuita al rispetto della legalità, quale valore irrinunciabile per la crescita e il progresso della persona e della società. La centralità di questa cultura fa sì che il dibattito sulla legalità riguardi ogni aspetto della vita civile. Solo Istituzioni aperte alla società, in grado di stabilire un dialogo attento e propositivo, appaiono capaci di comprendere e realizzare i bisogni, le attese, le priorità dei cittadini e delle loro formazioni sociali. Da qui la necessità di rinnovarle e rivitalizzarle attraverso la valorizzazione del ruolo delle donne, protagoniste e riferimenti forti, oggi più che mai, in un divenire rapido e fortemente complesso”. Da parte sua, Carfagna ha voluto sottolineare che “in Italia, ma non solo, la piena realizzazione del dettato costituzionale sull’eguaglianza tra generi è ancora ostacolata da stereotipi e leggi non scritte, oppure scritte ma non presidiate a sufficienza o applicate male. Abbiamo buone leggi di parità e buone leggi per combattere la violenza sulle donne“. Secondo il vicepresidente, queste norme “devono essere accompagnate e sostenute da una cultura adeguata, che consideri ogni forma di discriminazione e violenza ai danni delle donne come una violazione dei diritti umani fondamentali”.
Nell’introdurre il dibattito, il presidente del Comitato internazionale del Salone, Johanna Arbib ha ricordato che bisogna “educare le donne affinché allevino persone migliori”. Il primo intervento è stato quello dell’ambasciatore del Regno Unito in Italia, Jill Morris. La questione della parità di genere, ha ricordato, è “un elemento intrinseco e centrale, che coincide con i nostri valori. Qui in Italia sono la prima donna a ricoprire questo ruolo”. L’ambasciatore britannico ha spiegato che bisogna “sviluppare una rete per approfondire il dialogo fra Gran Bretagna e Italia” su questi temi. Sono già state lanciate, ha aggiunto, “una serie di iniziative intitolate ‘Women in’, che includono dialogo per le best practice e le idee”. E’ poi intervenuta Patrizia Paterlini Bréchot, professore di biologia cellulare e molecolare dell’Università Parigi Descartes: “Penso sia un dovere per ogni donna battersi per la condizione femminile“. E ha evidenziato lo “svantaggio culturale” che parte dall’infanzia e vede che “le donne sono stimolate a proteggere e difendere, mentre i ragazzini a emergere e a fare i boss”. Da parte sua Brooke Goldstein, direttore generale del Lawfare Project (un network di 400 avvocati in 16 diverse giurisdizioni) ha spiegato come nel suo campo, sicurezza e antiterrorismo, sia l’unica donna. Poi ha parlato del ruolo dell’istruzione e dell’educazione come prevenzione alla violenza, al terrorismo e alla discriminazione. Goldstein ha anche organizzato un fondo legale per tutelare la comunità ebraica. Infine, Efrat Duvdevani, direttore generale di Peres Center for Peace and Innovation. “Quando le donne diventano manager – ha sottolineato -, devono aiutare le donne che sono madri e lavoratrici”. Insomma, a suo dire la “diversità e l’inclusività non devono essere viste come mero esercizio retorico”.

La mattinata si è chiusa con un significativo incontro sul crescente antisemitismo e sulle discriminazioni religiose. E ancora, sulla crisi di identità dei giovani figli di immigrati alle responsabilità dei giganti del web per fermare la propaganda all’odio. “60 minuti per riflettere”, questo il titolo dato all’incontro, promosso da Solomon, Osservatorio sulle discriminazioni. A moderare il dibattito è stato Maurizio Molinari, direttore del quotidiano La Stampa. Il primo a prendere la parola è stato Pascal Markowicz, avvocato e rappresentante del Crif (Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia). Quella contro discriminazioni e boicottaggi “è una guerra che non si è ancora conclusa”. Giustizia, politica e istruzione sono gli attori che hanno gli strumenti per combatterla: sensibilizzazione verso questi temi e norme che puniscono chi discrimina. Insomma, ha spiegato Markowicz, in Francia “la gran parte della minoranza musulmana vive bene la sua appartenenza alla Repubblica”. Ma al suo interno c’è una “minoranza” che “cerca di trasferire il conflitto israelo-palestinese in Francia”. Ancora più duro è stato Donatien Le Vaillant, magistrato, consigliere per la Giustizia e le relazioni internazionali del Dilcrah (la delegazione interministeriale del governo francese per la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio anti-LGBT). “L’antisemitismo – ha attaccato – assume forme diverse come un virus che muta. Infatti, si usa il termine ‘sionista’ per non utilizzare ‘ebreo’”. Insomma, c’è un “crescente antisemitismo, che ha origine in Medio Oriente ma esiste anche in Francia”. Perciò, ha concluso Le Vaillant, “avremmo bisogno di una direttiva o un regolamento europeo per lottare contro la diffusione dell’odio su Internet e per questo dobbiamo responsabilizzare i grandi del web”. Secondo l’imam Hassen Chalghoumi, presidente della Conferenza degli Imam di Francia e Imam della Moschea di Drancy, “c’è differenza fra l’Islam quotidiano che pratichiamo e l’Islam politico, cioè l’islamismo”. Poi si è rivolto “ai giovani di Google”, che soffrono della mancanza di una patria e di relazioni. “Sono nati in Francia – ha sottolineato – ma pensano al paese di origine”. Insomma, “c’è un problema di identità fra giovani francesi e belgi”, che ha portato molti di loro ad andare con l’Isis. “Gli Stati europei – ha concluso Chalghoumi – devono trovare una quadra, una soluzione. La Patria è importante, ma la religione non lo può sostituire”.

La seconda parte della giornata ha sottolineato che l’Italia ha grandi potenzialità di attrarre capitali per investimenti, anche stranieri, ma sono i suoi limiti strutturali (dalla giustizia lenta a un sistema normativo troppo corposo e farraginoso) ad impedirlo. E’ quanto emerso durante il convegno “Il ruolo degli investitori istituzionali per una ipotesi di rilancio del Paese”. Il dibattito è stato introdotto da Ermanno Sgaravato, del Comitato scientifico del Salone, secondo cui andrebbero creati modelli più attinenti alle caratteristiche del sistema Italia e dei suoi azionisti. A moderare gli interventi è stato il direttore dell’agenzia Ansa, Luigi Contu. “La mancanza di una giustizia certa e veloce – ha esordito Nunzio Luciano, presidente Cassa forense – impedisce gli investimenti per una cifra totale pari all’uno per cento del Pil”. Come cassa previdenziale, ha sottolineato Luciano, “noi investiamo più del 50 per cento in Italia. Il ruolo delle 19 casse di previdenza nel settore degli investimenti è molto sottovalutato. Potremmo giocare un ruolo fondamentale per lo sviluppo di questo paese, ma manca un’interlocuzione politica”. Alla quale, ha spiegato, sarebbero pronti a chiedere una diminuzione della pressione fiscale. Da parte sua, Matteo Melley, presidente di Fondazione Cassa di risparmio della Spezia e consigliere Cassa Depositi e Prestiti, ha osservato che “CDP non deve rischiare il capitale degli italiani. Se si evita di investire in una compagnia di bandiera, è perché le fondazioni (e l’Ue) si sono opposte”. Inoltre, ha ricordato che le fondazioni sono “gelose del legame con il territorio”. La premessa di Claudio Zucchelli, presidente di sezione del Consiglio di Stato, è stata invece semplice: “Il diritto non cambia la realtà, ma interviene a posteriori per cristallizzare l’equilibrio trovato dalla società e garantirlo, affinché non ci siano posizioni dominanti. Lo Stato ha interesse a garantire questo equilibrio”. Infine un monito: “L’eccesso di cautele comporta la paralisi amministrativa, causando più danni della corruzione”. Tornando all’ambito finanziario, Innocenzo Cipolletta, presidente Associazione italiana Private Equity, ha ricordato che “le Pmi italiane si stanno aprendo al mercato internazionale. E’ evidente che bisogna adattare alcuni strumenti. Bisogna favorire anche la nascita di un mercato secondario, che genera maggior liquidità. Il secondario ha tanti vantaggi, e potrebbe interessare anche il pubblico”. Secondo Silvia Rovere, presidente di Assoimmobiliare e AD di Morgan Stanley Sgr, bisogna cambiare alcuni parametri, come le destinazioni d’uso (“sono diventate obsolete in questa situazione”). “Il peso fiscale sugli immobili – ha aggiunto – appesantisce l’investimento. Anche l’obsolescenza tecnica ha il suo peso. C’è una competenza dell’industria della costruzione da riattivare. Va rigenerato ciò che già c’è”. Per Davide Cipparrone, partner di MangustaRisk, c’è un problema strutturale: “Gli investitori di lungo termine – ha sottolineato – hanno bisogno di contesto di regole funzionali ed eque e poi le competenze. Ma questa combinazione non c’è e bisogna farla funzionare. L’incentivo fiscale non è discriminante, come lo è invece un quadro normativo chiaro”.

Come ogni anno l’ultima giornata è stata dedicata ai temi della sicurezza, in particolare allo sviluppo tecnologico che implica una vulnerabilità in termini di cybersecurity che può essere ridotta al minimo solo con una cooperazione congiunta e costante fra attori pubblici e privati in collaborazione con i cittadini (che vanno sensibilizzati sul tema). E’ uno degli aspetti emersi nel corso del convegno “Sicurezza nazionale e cooperazione internazionale”, moderato da Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera. A introdurre i lavori è stato Paolo Messa, responsabile relazioni istituzionali di Leonardo SpA, azienda da dieci anni al fianco del Salone della Giustizia. “Il ricorso a componentistica straniera – ha ricordato – assume connotati strategici per la sicurezza nazionale”. Per questo motivo, Messa ha auspicato che il 5G “attraverso il quale viaggeranno grandi quantità di dati” sia parte di “un impianto virtuoso di alleanze e partnership”. Franco Gabrielli, capo della Polizia di Stato e direttore generale della Pubblica sicurezza, ha chiesto che “i temi della sicurezza debbano essere condivisi, e che ci debba essere consapevolezza da parte dei cittadini, ma non in un approccio di paura e di preoccupazione”. Poi la stoccata: “La protezione delle infrastrutture critiche – ha osservato – è un tema che non è sempre stato vissuto in modo prioritario”. La condivisione, inoltre, implica “una forte partnership fra pubblico e privato”. L’intervento di Ofer Sachs, ambasciatore dello Stato di Israele in Italia, si è focalizzato sull’accordo con l’Iran”. Una Nazione della quale sono stati “ignorati una serie di aspetti collaterali, fra cui attacchi informatici e cibernetici, così come finanziamenti in milioni di dollari per organizzazioni fuori dall’Iran”. Secondo il diplomatico israeliano, oltretutto “il programma balistico è stato accelerato. C’è una corsa al riarmo che non vedevamo da decenni”.
Per questa ragione ha chiesto che ci sia una “reazione globale da parte della comunità internazionale”. Per l’agente speciale dell’FBI  Peter LaFranchise, “anche in caso di catastrofe naturale, gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare”. La cybersecurity è la prossima sfida, sulla quale bisogna essere continuamente all’avanguardia. Sulla stessa lunghezza d’onda Jacob Perry, già direttore dello ShinBet (il servizio segreto interno israeliano). “La prossima guerra, se avverrà – ha ammonito -, non sarà di intelligence ma informatica. Israele quasi ogni giorno identifica minacce che tendono a paralizzare la vita civile. Non va considerata solo la difesa militare ma anche informatica”. Anche per l’ex capo dell’intelligence, la cooperazione fra gli Stati occidentali è la chiave di volta contro il terrorismo: “I terroristi non devono sentirsi al sicuro in nessuno Stato”. Più tecnico è stato, invece, il contributo di Tommaso Profeta, chief security officer di Leonardo SpA: “L’università – ha osservato – deve essere in grado di anticipare la formazione richiesta”. Poi ha ammesso che “nessuno può farcela da solo. La cooperazione pubblico-privato sta funzionando bene, è in corso uno scambio di intelligence, e la consapevolezza è aumentata notevolmente. Altrettanto importante rimane la cooperazione fra privati”. Anche l’intervento di Ciro Di Carluccio, presidente e AD Deloitte ERS, ha messo in rilievo le lacune tecniche: “Esiste il ‘rischio di algoritmo’, ovvero le modalità con cui sono costruiti aprono questioni etiche. Sono un rischio aggiuntivo rispetto alla cybersecurity”. Infine, Massimo Mancini, responsabile della divisione business di Fastweb, ha ricordato cosa potrebbe significare l’effetto pratico di un cyberattacco: “Se ci fermiamo noi – ha ammonito -, si bloccano tre-quattro grandi banche, l’80 per cento delle Asl e 18 regioni. Siamo strategici e lavoriamo solo in Italia”. E il futuro è ancora più interconnesso. “Perchè – si è chiesto Mancini -occorre multinazionalità? Bisogna essere rapidissimi nella risoluzione di una minaccia. Noi condividiamo in tempo reale i dati sui rischi”.

Che correlazione c’è fra un sistema giudiziario efficiente e gli investimenti, in particolare internazionali? E’ questo il tema su cui si è discusso nel corso del convegno conclusivo dal titolo “Buona giustizia, ottimi investimenti”. Il dibattito è stato moderato dal direttore del Messaggero, Virman Cusenza. A introdurre i lavori è stata Cristina Lenoci del Comitato scientifico del Salone. Secondo Lenoci, “non è possibile sempre imputare alla giustizia amministrativa la mancanza di crescita del paese”. Opinione condivisa da Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario per gli Affari europei. “Il problema mondiale – ha sottolineato – è di domanda, di livello di distribuzione dei redditi, sono trent’anni che si fanno politiche deflazionistiche”. Da parte sua, Guido Alpa, giurista e avvocato, presidente del Comitato scientifico del Salone, ha proposto due riforme: quella tributaria (dato che i ricorsi in Corte di Cassazione rappresentano una fetta cospicua), e quella costituzionale, per far sì che la Cassazione possa applicare la legge in modo uniforme e non come un terzo grado di giudizio. Alpa ha anche elogiato i passi avanti fatti dal sistema giudiziario negli ultimi anni, e il sistema degli arbitrati nelle controversie bancarie e dell’intermediazione finanziaria. Per Stefano Manzocchi, direttore del dipartimento economia e finanza dell’Università Luiss Guido Carli, le carenze del sistema giudiziario non sono “responsabili ma in parte complici”. La malagiustizia, ha ammonito, “ha un grande impatto sul sistema in termini di incertezza”. Secondo Giovanni Castellaneta, presidente doBank, “la lentezza della giustizia, l’incertezza politica, la mafia, la corruzione”, ma “anche la complessità del sistema italiano” sono tutti elementi che “spaventano gli investitori, in particolare i fondi”. Per quanto riguarda il settore del Private Equity, Fabio Massimo Giuseppetti, partner Palamon Capital partners, ha osservato che se la parte legale “non è un impedimento”, va ricordato che “il fondo è un animale razionale” il cui scopo è quello di “razionalizzare un investimento in tempi ragionevoli”. Secondo Agostino Nuzzolo, general counsel e responsabile affari legali di Telecom, “la legalità ha un costo” e di conseguenza “è più facile operare bene in paesi dove la legalità è già presente, con processi giusti e veloci”. Nel corso del convegno c’è stato anche un breve intervento di Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia, sull’Unione Europea, della quale ha criticato la trasformazione “da corpus solo economico” a “fabbrica della post-democrazia”. Le conclusioni, con un riepilogo sulla tre giorni dei lavori, sono state affidate a Giuseppe Severini, vicepresidente del Comitato scientifico del Salone, che ha sottolineato come il giudice debba soddisfare la domanda di giustizia.

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